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Terziario: aumento di 220 euro richiesto per 3 milioni di lavoratori. Cosa cambia?

Operai riuniti in strada brandiscono cartelli per stipendi

Duecentoventi euro al mese in più in busta paga, una voce che si affianca alle retribuzioni differite in busta paga. È la cifra messa sul tavolo dai sindacati per il rinnovo del contratto nazionale del terziario, che riguarda circa tre milioni di persone tra commercio, turismo e servizi. Dietro il numero c’è una fotografia netta: negli ultimi anni i prezzi sono corsi più veloci degli stipendi.

Piattaforma unitaria nel terziario: richiesta di aumento di 220 euro per 3 milioni di lavoratori

Filcams-Cgil, Fisascat-Cisl e Uiltucs hanno approvato una piattaforma unitaria, cioè un unico testo di richieste condiviso da tutte e tre le sigle. La richiesta centrale è un aumento di 220 euro al mese per gli addetti del terziario. L’obiettivo dichiarato è chiudere il rinnovo dei contratti collettivi nazionali entro la scadenza di marzo 2027, senza aprire una lunga stagione di vacanza contrattuale.

Il perimetro è molto ampio. Parliamo di cassieri e commessi dei supermercati, addetti dei negozi, lavoratori di alberghi e ristoranti, ma anche di chi opera nei servizi e nella distribuzione. Una platea eterogenea, spesso con orari spezzettati e contratti fragili, che per questo pesa moltissimo nel mercato del lavoro italiano.

220 euro al mese: che cifra diventa in un anno

Sul piano dell’ordine di grandezza, 220 euro mensili lordi su 14 mensilità (come previsto in molti contratti del settore) fanno circa 3.080 euro lordi l’anno. L’importo effettivo in busta paga dipenderà da livello di inquadramento, ripartizione delle tranche e prelievo fiscale, lo stesso che riguarda da vicino i lavoratori italiani che non pagano l’Irpef.

Il contesto: salari reali in calo del 10,8% e contratti in scadenza nel 2027

Il punto di partenza è il potere d’acquisto. Secondo i dati citati dai sindacati, i salari reali del settore sono scesi del 10,8% rispetto al periodo precedente all’impennata dell’inflazione. In pratica, anche dove le retribuzioni nominali sono cresciute, il carrello della spesa, l’affitto e le bollette sono cresciuti di più.

Paolo Andreani, della Uiltucs, ha riassunto la posizione con una formula netta: i salari sono giù del 10,8%, si chiedono 220 euro e si vogliono contratti chiusi entro marzo 2027. Il messaggio è chiaro: recuperare il terreno perso prima che la scadenza diventi un pretesto per rimandare.

Il confronto con altri comparti rende il quadro più leggibile. Nei rinnovi recenti di settori come la sanità privata o le farmacie, le trattative hanno messo al centro proprio il recupero rispetto all’inflazione. Il terziario arriva a quel tavolo con una platea molto più numerosa e con retribuzioni di partenza spesso più basse.

Le richieste economiche: 220 euro al mese e nuovi inquadramenti professionali

Persone in riunione esaminano cartelle e proposte di stipendi

L’aumento non è l’unica voce economica. La piattaforma unitaria tocca anche gli scatti di anzianità, che secondo i sindacati vanno resi più efficaci per premiare chi resta a lungo nella stessa azienda. Il tema è particolare in un settore dove il turnover è alto e la carriera è spesso lenta.

C’è poi la revisione degli inquadramenti professionali. Il lavoro nel commercio e nei servizi è cambiato: casse automatiche, vendite online, logistica digitale, gestione dei dati. Le sigle chiedono di aggiornare le declaratorie, cioè le descrizioni delle mansioni, anche alla luce dell’intelligenza artificiale, così che le competenze nuove siano riconosciute e pagate.

Su questo fronte la partita è delicata. Riconoscere un livello più alto significa un costo maggiore per le imprese, e i datori di lavoro difenderanno il proprio margine. Ma per i lavoratori l’inquadramento è spesso la vera leva per far crescere lo stipendio nel tempo.

Part-time, orari di lavoro e lotta alla precarietà

Nel terziario il part-time involontario è una questione strutturale. Molti addetti lavorano poche ore non per scelta, ma perché l’azienda non offre altro, e si ritrovano con una busta paga leggera anche a parità di impegno. I sindacati chiedono regole per favorire il passaggio a orari più lunghi e limitare l’uso improprio dei contratti ridotti.

Sul tavolo ci sono anche gli orari e il lavoro festivo. Aperture domenicali e nei giorni di festa sono ormai diffuse, soprattutto nella grande distribuzione e nel turismo. La richiesta è di maggiore prevedibilità dei turni, tutele adeguate e una maggiorazione che riconosca davvero il sacrificio personale e familiare.

La precarietà attraversa tutto il ragionamento. Contratti a termine ripetuti, stagionalità, appalti e turni cambiati con poco preavviso rendono difficile programmare la vita. Per le sigle, un contratto nazionale forte serve anche a questo: fissare un argine comune, valido dal piccolo negozio alla grande catena.

Welfare, salute e partecipazione: le altre priorità della piattaforma

Oltre allo stipendio, la piattaforma guarda al welfare aziendale e alla salute. L’idea è rafforzare la bilateralità, cioè gli enti gestiti insieme da sindacati e imprese, e ampliare le prestazioni: assistenza sanitaria integrativa, sostegni per la famiglia, formazione. Sono strumenti che per molti lavoratori valgono quanto un aumento in busta paga.

Per orientarsi tra le richieste, ecco i capitoli principali della piattaforma:

  • aumento salariale di 220 euro mensili e recupero dell’inflazione;
  • scatti di anzianità e nuovi inquadramenti professionali;
  • contrasto al part-time involontario e alla precarietà;
  • orari, lavoro festivo e turni più prevedibili;
  • welfare, salute e diritti di partecipazione.

Ora la parola passa al negoziato con le associazioni datoriali. La contrattazione collettiva nel terziario è sempre stata una trattativa lunga, e i tempi dipenderanno dalla distanza tra le richieste e la disponibilità delle imprese. Il traguardo indicato resta la scadenza di marzo 2027: per tre milioni di addetti, la data da tenere d’occhio.

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Article publié par la rédaction de Iasse.

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