Quasi nove milioni di persone in Italia non versano un euro di Irpef. Non parliamo di evasori nascosti: sono lavoratori, pensionati e contribuenti che la legge esenta o che semplicemente guadagnano troppo poco per rientrare nella tassazione. Il rapporto di Itinerari Previdenziali mette insieme i numeri e la fotografia che ne esce racconta molto sullo squilibrio del sistema fiscale italiano.
Il dato centrale è questo: su circa 41 milioni di contribuenti che presentano la dichiarazione dei redditi, quasi 9 milioni risultano a Irpef zero. Non versano nulla perché rientrano nella cosiddetta no-tax area, la soglia di reddito sotto la quale non si paga imposta. Per un lavoratore dipendente questa soglia si aggira intorno agli 8.500 euro annui, mentre per pensionati e autonomi cambia leggermente in base alla tipologia di reddito.
Chi sono i 9 milioni di italiani che non pagano l’Irpef
Dentro questo numero ci sono categorie molto diverse tra loro. Ci sono i lavoratori con contratti part-time o stagionali che restano sotto la soglia minima di reddito imponibile, ci sono pensionati con assegni minimi che il welfare pubblico sostiene proprio perché insufficienti a garantire un’imposta, e ci sono i cosiddetti incapienti, cioè persone il cui reddito è talmente basso che l’imposta dovuta viene azzerata dalle detrazioni fiscali previste per legge.
A questi si aggiungono lavoratori con redditi discontinui, giovani alle prime esperienze lavorative con contratti brevi, e chi percepisce solo trattamenti assistenziali non tassabili. Non si tratta quindi di un blocco omogeneo di “furbetti del fisco”, ma di una fascia ampia e composita che la normativa italiana esclude legittimamente dal versamento.
I dati del rapporto Itinerari Previdenziali
Il centro studi Itinerari Previdenziali analizza ogni anno la distribuzione del carico fiscale partendo dalle dichiarazioni dei redditi presentate dagli italiani. Il quadro che emerge è netto: circa il 45% dei contribuenti non versa Irpef o versa importi simbolici, mentre il restante 55% si fa carico praticamente dell’intero gettito.
Ancora più marcata è la concentrazione ai vertici della piramide reddituale. Una fetta ristretta di contribuenti, quelli con redditi dichiarati oltre i 50.000-75.000 euro, copre da sola più della metà dell’intero gettito Irpef nazionale. Il resto della popolazione fiscale si divide tra chi versa poco e chi non versa nulla.
Perché quasi la metà degli italiani non versa l’Irpef

Le ragioni sono in gran parte legittime e previste dalla normativa fiscale. La no-tax area esiste proprio per non tassare chi vive con redditi di sussistenza, ed è pensata come misura di equità sociale. Chi guadagna poco non paga, chi guadagna tanto paga proporzionalmente di più: questo è il principio della progressività su cui si regge l’intero impianto Irpef.
Il problema, segnalato dallo stesso rapporto, riguarda invece l’altra faccia della medaglia: quella parte di evasione fiscale e di redditi non dichiarati che gonfia artificialmente il numero di chi risulta “povero” agli occhi del fisco. Accanto agli incapienti reali, ci sono infatti sacche di sommerso che riducono il reddito dichiarato senza che corrisponda a una reale condizione di difficoltà economica.
La forbice tra chi versa e chi no
Circa 8 milioni di contribuenti, quelli con i redditi più alti, coprono da soli oltre il 65% del gettito Irpef complessivo. Dall’altra parte, 9 milioni di persone non versano nulla. Nel mezzo resta il ceto medio, che sostiene la fascia più consistente ma meno visibile del carico fiscale.
Il peso fiscale concentrato sul ceto medio
Se agli estremi della scala si trovano chi non paga e chi paga moltissimo, è il ceto medio a percepire con più intensità la pressione fiscale. Chi dichiara tra i 28.000 e i 55.000 euro annui, fascia tipica di impiegati, quadri e piccoli imprenditori, si trova a sostenere aliquote marginali elevate senza beneficiare né delle esenzioni riservate ai redditi bassi né delle possibilità di ottimizzazione fiscale a disposizione dei redditi molto alti.
Questo squilibrio alimenta da anni il dibattito politico sulla riforma dell’Irpef, con proposte che vanno dalla revisione degli scaglioni all’ampliamento della no-tax area, fino all’ipotesi (approfondita nella guida completa sulla flat tax) di sostituire gli scaglioni con un’aliquota unica, passando per interventi mirati proprio a alleggerire il carico su questa fascia intermedia che oggi finanzia gran parte del welfare senza riceverne un beneficio proporzionale.
Dipendenti, partite IVA e professionisti: chi paga di più
Guardando alla composizione dei contribuenti, i dipendenti restano la categoria più numerosa e quella che, complessivamente, versa la quota maggiore di Irpef, semplicemente perché il reddito da lavoro dipendente è tracciato integralmente e non lascia margini di elusione. Le partite IVA e i professionisti, in particolare quelli che rientrano nei regimi forfettari o in regimi agevolati, dichiarano invece redditi mediamente più bassi rispetto al fatturato reale, un fenomeno che il rapporto Itinerari Previdenziali segnala come una delle cause della distorsione nella distribuzione del gettito.
Anche i pensionati rientrano in questo quadro in modo articolato: chi percepisce assegni minimi o sociali si trova quasi sempre sotto la no-tax area, mentre le pensioni più elevate, derivanti da carriere contributive lunghe e retribuzioni alte, contribuiscono in modo significativo al gettito. Il risultato finale è un sistema in cui la tassazione dipende meno dalla categoria professionale e più dalla capacità di dichiarare fedelmente il proprio reddito.





