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Sardegna ultima in Europa per natalità, istruzione e lavoro: perché rischia l’estinzione

Donna anziana cammina sola per strada vuota

Ultima in Europa. Non su un solo indicatore, ma su tre insieme: natalità, istruzione e lavoro. La Sardegna occupa oggi le posizioni di coda tra tutte le regioni dell’Unione Europea, e i numeri raccontano una storia che va oltre la semplice crisi economica: parlano di un territorio che rischia lo spopolamento strutturale nel giro di due generazioni.

Il quadro emerge dagli ultimi dati ISTAT ed Eurostat, incrociati con le proiezioni regionali. Il risultato è un’isola dove nascono sempre meno bambini, dove pochi giovani arrivano alla laurea e dove il tasso di occupazione resta tra i più bassi del continente. Tre fenomeni che si alimentano a vicenda e che, sommati, spiegano perché si parli ormai apertamente di tramonto demografico.

La Sardegna agli ultimi posti in Europa: i dati su natalità, istruzione e lavoro

Il tasso di natalità sardo è tra i più bassi registrati in Europa, ben sotto la già fragile media italiana. Si contano meno di 5 nascite ogni mille abitanti in diverse province, un valore che in molte aree interne scende ulteriormente. Le nascite, semplicemente, non bastano più a compensare i decessi, e il saldo naturale negativo è ormai una costante da oltre un decennio.

Sul fronte dell’istruzione la situazione non migliora. La quota di laureati tra i 25 e i 34 anni resta tra le più basse dell’intera Unione Europea, lontana anche dagli obiettivi fissati dalle strategie comunitarie. Molti ragazzi che riescono a completare un percorso universitario lo fanno fuori dall’isola, e spesso non tornano: l’insularità pesa doppiamente, sia nell’accesso ai poli formativi sia nelle opportunità post-laurea.

Il terzo pilastro è il lavoro. Il tasso di occupazione sardo si colloca stabilmente agli ultimi posti tra le regioni europee, con una disoccupazione giovanile che in alcune aree supera abbondantemente la doppia cifra. La popolazione attiva si restringe di anno in anno, non solo per l’invecchiamento ma perché chi cerca lavoro spesso lo trova altrove.

Il drammatico spopolamento: 85.000 residenti persi in 20 anni

Il dato più citato negli ultimi report regionali è tanto semplice quanto pesante: la Sardegna ha perso circa 85.000 residenti in vent’anni. Non si tratta solo di un calo demografico dovuto alle nascite mancate, ma di una combinazione tra denatalità ed emigrazione, soprattutto giovanile, verso il resto d’Italia e l’estero.

I paesi dell’entroterra sono i più colpiti, anche se progetti infrastrutturali come l’arrivo dei treni a idrogeno in Sardegna puntano a migliorare i collegamenti nelle aree interne. Interi comuni delle zone montane e interne vedono chiudere scuole, ambulatori e negozi, in una spirale che si autoalimenta: meno servizi significano meno motivi per restare, e chi resta è sempre più anziano. Le coste e i centri urbani principali reggono meglio, ma anche lì il trend è ormai chiaramente discendente.

Le conseguenze economiche: miliardi di capacità produttiva perduta

Fabbrica con cancelli serrati e piazza completamente vuota

Lo spopolamento non è solo un fenomeno sociale, ha un costo economico preciso. Le stime regionali parlano di una perdita compresa tra 1,7 e 2 miliardi di euro di capacità produttiva nell’arco di vent’anni, dovuta alla riduzione della forza lavoro disponibile e alla contrazione dei consumi interni.

Il numero che pesa di più

Ogni residente in meno significa meno lavoratori, meno consumi e meno gettito fiscale locale. Con 85.000 persone perse in vent’anni, l’isola ha ridotto la propria base produttiva in modo permanente, non temporaneo.

Meno residenti significano meno imprese sostenibili, meno manodopera per settori chiave come l’agricoltura e il turismo, e una pressione crescente sulla spesa sanitaria e assistenziale, destinata a servire una popolazione sempre più anziana con sempre meno contribuenti attivi a sostenerla.

L’invecchiamento inarrestabile: lo scenario 2050

L’invecchiamento demografico sardo procede a un ritmo superiore alla media nazionale, già di per sé tra le più alte d’Europa. L’età media della popolazione continua a salire, e le proiezioni demografiche elaborate da ISTAT per il 2050 disegnano uno scenario in cui la Sardegna potrebbe perdere ulteriormente decine di migliaia di abitanti, con una quota di over 65 che supererà ampiamente un terzo della popolazione totale.

In questo scenario, alcuni comuni interni rischiano lo spopolamento quasi totale, mentre le aree costiere manterranno una popolazione più stabile ma comunque più anziana. Il rapporto tra pensionati e lavoratori attivi peggiorerà, mettendo sotto ulteriore pressione il sistema previdenziale e sanitario regionale.

Le cause strutturali del declino demografico

Dietro questi numeri ci sono cause profonde e intrecciate. L’insularità pesa sui costi di trasporto e sull’accesso a servizi e istruzione superiore, scoraggiando la permanenza dei giovani. La scarsità di opportunità lavorative qualificate spinge i laureati verso il continente o l’estero, alimentando un’emigrazione selettiva che priva l’isola proprio delle competenze più preziose.

A questo si aggiungono fattori più recenti, come la siccità ricorrente che colpisce agricoltura e pastorizia, storicamente pilastri economici delle aree interne, rendendo ancora meno attrattiva la vita in quei territori. Il risultato è un declino demografico che si autoalimenta: meno giovani, meno nascite, meno lavoro, meno servizi, e di conseguenza ancora meno ragioni per restare.

Alcune iniziative regionali provano a invertire la rotta, tra incentivi alla natalità, bonus per l’acquisto di case nei piccoli comuni e fondi per attrarre nuove imprese nelle aree interne, sulla scia di operazioni come la nuova apertura di Azimut a Cagliari in Sardegna. Servono però risorse continue nel tempo e una strategia che agisca insieme su lavoro, istruzione e servizi, perché nessuna delle tre leve, da sola, può bastare a fermare una crisi demografica ormai strutturale.

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Article publié par la rédaction de Iasse.

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