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Concorso per 622 posti all’Agenzia delle Entrate: i giudici lo bocciano

Mano respinge cartella con timbro rifiuto su scrivania

Un bando pubblicato per assumere centinaia di persone e un tribunale che dice: no, così non va. È quello che è successo al concorso per 622 posti all’Agenzia delle Entrate, fermato da una sentenza che ha riscritto le regole del gioco.

Il Tribunale di Milano ha dichiarato discriminatorio il requisito della cittadinanza italiana richiesto per partecipare alla selezione. Risultato: il bando dovrà essere rifatto, e questa volta anche i cittadini stranieri regolarmente soggiornanti in Italia potranno candidarsi.

Il concorso per 622 posti all’Agenzia delle Entrate: cosa è successo

Il concorso riguardava l’assunzione di 622 assistenti destinati agli uffici territoriali dell’Agenzia delle Entrate, con mansioni amministrative e di supporto alle attività ordinarie dell’ente. Tra i requisiti previsti dal bando figurava il possesso della cittadinanza italiana, condizione considerata standard per l’accesso al lavoro pubblico in molti concorsi statali.

Un candidato escluso proprio per mancanza di questo requisito ha fatto ricorso, sostenendo che la clausola violasse il principio di parità di trattamento tra lavoratori. Il caso è arrivato davanti ai giudici milanesi, che hanno dato ragione al ricorrente.

Perché i giudici lo hanno bocciato: il requisito discriminatorio

Il punto centrale della decisione riguarda la natura delle mansioni previste per gli assistenti. Il Tribunale di Milano ha stabilito che i compiti assegnati a queste figure non comportano l’esercizio di poteri pubblici in senso stretto, ovvero non implicano funzioni di autorità, decisione o rappresentanza dello Stato che giustificherebbero, secondo la normativa europea, una riserva ai soli cittadini italiani.

La riserva di cittadinanza per l’impiego pubblico è ammessa dal diritto dell’Unione solo per ruoli che comportano l’esercizio effettivo di funzioni autoritative: forze dell’ordine, magistratura, alcuni incarichi dirigenziali con poteri decisionali. Per un assistente amministrativo che si occupa di collocamento pratiche, gestione documenti e attività di supporto, questa soglia non viene raggiunta.

I giudici hanno inoltre evidenziato come il bando si basasse su un riferimento normativo ormai datato: il DPCM del 1994, un decreto che stabiliva l’elenco dei profili professionali per i quali è richiesta la cittadinanza italiana negli impieghi pubblici. Secondo il tribunale, quella lista non è più coerente con la direttiva europea in materia di libera circolazione dei lavoratori e di parità di accesso al lavoro pubblico per i soggiornanti di lungo periodo.

Cosa dice davvero la normativa europea

La direttiva UE consente di limitare ai soli cittadini nazionali solo i posti che comportano l’esercizio di pubblici poteri o la tutela di interessi generali dello Stato. Per tutti gli altri impieghi pubblici, l’accesso deve restare aperto anche a cittadini di Paesi terzi con permesso di soggiorno di lungo periodo e, in molti casi, ai cittadini UE.

La sentenza del Tribunale di Milano e le sanzioni

Documento procedura legale scrivania con timbro ufficiale rosso

La sentenza non si è limitata a dichiarare l’illegittimità della clausola. Il tribunale ha condannato l’Agenzia delle Entrate anche sul piano economico, imponendo sanzioni per aver adottato una procedura di selezione ritenuta discriminatoria nei confronti dei lavoratori stranieri esclusi a priori dalla possibilità di partecipare.

La decisione si inserisce in un filone giurisprudenziale che negli ultimi anni ha già toccato altri enti pubblici e società partecipate, dove il requisito della cittadinanza era stato applicato in modo automatico senza una verifica concreta della natura delle mansioni richieste. In pratica, i giudici chiedono alle amministrazioni di giustificare caso per caso perché un determinato profilo dovrebbe restare riservato ai soli cittadini italiani, e non basta più richiamare genericamente una norma del 1994.

Cosa succede ora: il bando va rifatto

La conseguenza pratica della pronuncia è che il concorso per 622 posti dovrà essere rifatto, con una riapertura termini per le candidature che tenga conto del nuovo quadro dei requisiti. Il vecchio bando, così come formulato, non può più essere utilizzato come base per completare le assunzioni.

Nella pratica, l’Agenzia delle Entrate dovrà rivedere il testo del bando eliminando il vincolo della cittadinanza italiana per i profili di assistente, e aprire (o riaprire) la procedura anche a candidati stranieri in possesso dei requisiti di soggiorno previsti dalla normativa. Chi era stato escluso solo per questo motivo potrà quindi ripresentare domanda una volta pubblicato il nuovo avviso.

Resta da capire quali tempi si prenderà l’amministrazione per adeguarsi. In casi simili, gli enti pubblici hanno generalmente pubblicato un bando corretto entro pochi mesi dalla sentenza, mantenendo però invariata la graduatoria delle prove già sostenute da chi aveva potuto partecipare. Per i candidati interessati, la cosa più utile è monitorare le comunicazioni ufficiali dell’Agenzia delle Entrate, che dovrà indicare le nuove modalità di iscrizione e gli eventuali termini per chi vuole presentare domanda ex novo.

Il caso ha comunque un peso che va oltre il singolo concorso: segna un precedente per tutti i bandi pubblici che, ancora oggi, richiamano automaticamente il vecchio elenco del 1994 senza una reale valutazione delle mansioni previste per ciascun profilo professionale nel lavoro pubblico.

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Article publié par la rédaction de Iasse.

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