Uno studente su cinque, dieci anni fa, non credeva che avrebbe mai più tenuto in mano un libro di testo. Oggi ha una laurea e un contratto di lavoro firmato da un’azienda che quel percorso lo ha seguito passo dopo passo, dentro le mura di un carcere. È questo il cuore del Progetto Carceri dell’Università Bocconi, un’iniziativa che negli anni ha trasformato lo studio in una vera seconda chance per decine di detenuti, e che si affianca ad altre iniziative dell’ateneo come l’investimento da 200 milioni su giovani e ricerca.
Il meccanismo è semplice da spiegare ma complesso da realizzare: la Bocconi offre istruzione universitaria gratuita a persone recluse, mentre aziende come Nestlé, Nespresso e Redion entrano in campo per formare, orientare e infine assumere chi termina il percorso. Non è beneficenza spicciola. È un sistema strutturato che unisce formazione accademica e inserimento lavorativo concreto, con risultati misurabili: in dieci anni sono 33 gli iscritti al progetto, e almeno 6 di loro lavorano già stabilmente fuori dalle strutture penitenziarie.
Il Progetto Carceri della Bocconi: formazione universitaria oltre le sbarre
Il Progetto Carceri nasce dall’idea che lo studio, anche dentro un istituto penitenziario, resti uno strumento di riscatto sociale. Gli studenti detenuti seguono corsi di laurea e in alcuni casi master, con lo stesso piano didattico e gli stessi esami dei colleghi che frequentano in aula a Milano. Non ci sono sconti sui contenuti, né trattamenti diversi nella valutazione: chi supera un esame lo fa con lo stesso metro di giudizio di qualsiasi altro studente Bocconi.
Questa parità di trattamento è forse l’elemento più significativo del progetto. Gli studenti in carcere non vengono percepiti come un caso speciale da gestire con indulgenza, ma come persone che stanno costruendo un percorso formativo serio, con tutte le difficoltà che comporta studiare senza accesso libero a internet, biblioteche o momenti di confronto diretto con i docenti. Le lezioni arrivano tramite materiali cartacei, videoregistrazioni e, quando possibile, colloqui in presenza con tutor dedicati.
Nestlé, Nespresso e Redion: come le aziende formano e assumono i detenuti
La parte più originale del progetto riguarda il ruolo delle aziende partner. Nestlé, Nespresso e Redion non si limitano a offrire una borsa di studio o un contributo economico: intervengono direttamente nella formazione professionale degli studenti detenuti, organizzando corsi tecnici, laboratori e momenti di orientamento al lavoro pensati per chi, una volta fuori, dovrà competere sul mercato come chiunque altro.
Nespresso, per esempio, ha coinvolto alcuni detenuti in percorsi legati alla filiera del caffè, dalla torrefazione alla gestione della qualità, mentre Redion ha puntato su competenze più operative nel settore ambientale ed energetico. Nestlé, dal suo lato, ha strutturato programmi di formazione trasversale che spaziano dalla logistica al marketing, offrendo poi vere opportunità contrattuali a chi completa il percorso con risultati solidi.
Il numero che racconta il progetto
In dieci anni, 33 persone si sono iscritte al Progetto Carceri Bocconi. Sei di loro hanno già trovato lavoro grazie alla rete di aziende partner, un tasso di inserimento che pochi programmi di reinserimento in Italia riescono a raggiungere.
Il vantaggio non è solo per chi esce dal carcere con una laurea in mano. Le aziende trovano candidati motivati, spesso più determinati della media, disposti a dimostrare sul lavoro quello che hanno costruito con anni di studio in condizioni difficili. È un modello win-win che unisce impatto sociale e vantaggio competitivo: le imprese ampliano il proprio bacino di talenti e rafforzano la propria immagine di responsabilità sociale, mentre gli ex detenuti ottengono una porta d’accesso al mondo del lavoro che altrimenti resterebbe quasi sempre chiusa.
Storie di riscatto: da studenti in carcere a professionisti nel mondo del lavoro

Dietro ai numeri ci sono storie precise. Denis ha scoperto lo studio in carcere quasi per caso, seguendo un compagno di cella che si era iscritto prima di lui. Oggi lavora in un’azienda del settore alimentare, con un contratto stabile e una routine che pochi anni prima gli sarebbe parsa impossibile. Mattia, invece, ha portato a termine un master dopo la laurea, convertendo anni di reclusione in un curriculum che nessuno, guardandolo oggi, collegherebbe a una detenzione.
Altin racconta il primo giorno di lavoro fuori come il momento in cui ha davvero creduto di aver cambiato vita. Non la scarcerazione, non la laurea, ma la prima busta paga firmata da un’azienda che lo aveva scelto per le sue competenze e non per pietà. Sono testimonianze che ricorrono spesso nei racconti di chi ha attraversato il progetto: lo studio come strumento concreto, il lavoro come conferma che il cambiamento è reale e non solo sulla carta.
Risultati, numeri e prospettive future del progetto
Il bilancio dopo un decennio parla di un modello replicabile ma ancora fragile, perché ogni percorso richiede risorse, tempo e una rete di aziende disposte a fidarsi. La Bocconi continua a cercare nuovi partner per fare rete su scala più ampia, con l’obiettivo di estendere l’esperienza ad altre strutture penitenziarie oltre a quelle già coinvolte nel progetto originario.
Le sfide restano concrete: garantire continuità didattica quando un detenuto viene trasferito, mantenere alta la qualità della formazione a distanza, convincere sempre più imprese che investire su queste opportunità non è solo un gesto etico ma una scelta che porta valore reale. I prossimi anni diranno se il modello Bocconi-Nestlé-Nespresso-Redion riuscirà a diventare uno standard, o resterà un’eccellenza isolata in un panorama dove il reinserimento lavorativo dei detenuti resta, troppo spesso, un tema marginale.





