Mentre il governo temporeggia, alcune delle regioni più produttive d’Italia hanno deciso di muoversi per conto proprio. Il tema sono i fondi europei 2028-2034, e la domanda è semplice: chi deve decidere come spenderli, Roma o i territori? La risposta che arriva dalle regioni più ricche è netta, e riapre una partita istituzionale che sembrava chiusa da tempo.
Le regioni ricche in autogestione: il nuovo scontro con Roma
In sintesi: le regioni più sviluppate del Nord, a partire da quelle che hanno già una macchina amministrativa rodata, non vogliono ritrovarsi con una gestione dei fondi di coesione concentrata a livello nazionale. Per questo preparano da sole priorità, strutture tecniche e proposte di programmazione, senza attendere che il governo chiarisca la propria linea. Pesa quella che molti amministratori definiscono l’indecisione del governo sul modello da adottare per il prossimo ciclo.
L’autogestione, in questo caso, non è una secessione dei finanziamenti. Significa organizzarsi in anticipo, definire le competenze interne e arrivare al tavolo con un’idea già costruita, in modo da non subire un impianto deciso altrove. Il messaggio politico è chiaro: l’esperienza maturata nei cicli precedenti, dicono le regioni, non può essere messa da parte.
Perché le regioni anticipano i tempi
Il nuovo QFP prevede un solo piano per ogni Stato membro. Chi arriva preparato, con progetti, competenze e obiettivi già definiti, ha più peso nel negoziato interno con il governo centrale. Aspettare significa rischiare di ricevere regole già scritte.
Il contesto: fondi UE 2028-2034 e politiche di coesione
Per capire lo scontro bisogna guardare alla proposta della Commissione europea sul bilancio UE 2028-2034, presentata nell’estate 2025. Il Quadro Finanziario Pluriennale (QFP) vale quasi 2.000 miliardi di euro. Una parte molto rilevante, circa 865 miliardi, è destinata ai piani di partenariato nazionali e regionali, che riuniscono in un unico contenitore risorse oggi separate, tra cui quelle delle politiche di coesione e dell’agricoltura.
Il cambio di impostazione è profondo. Nel ciclo 2021-2027 i programmi regionali sono gestiti direttamente dalle regioni, ciascuna con i propri obiettivi. Nel modello proposto per il periodo successivo, il piano è unico per Stato e la negoziazione con Bruxelles passa dal governo. Si affianca poi un nuovo fondo per la competitività, pensato per ricerca, innovazione e tecnologie, con priorità legate anche alla difesa.
| Aspetto | Ciclo 2021-2027 | Proposta 2028-2034 |
|---|---|---|
| Strumenti | Programmi separati per fondo | Un piano nazionale e regionale per Stato |
| Ruolo delle regioni | Autorità di gestione dei propri programmi | Da definire nel negoziato con il governo |
| Logica di spesa | Progetti e obiettivi di coesione | Riforme e traguardi, sul modello del PNRR |
Il riferimento al PNRR non è casuale. Il nuovo schema ricalca l’idea di erogare le risorse in base a riforme e risultati concordati con la Commissione, un meccanismo che in Italia ha rafforzato il ruolo dei ministeri e lasciato ai territori spazi più ridotti.
Il nodo della governance centralizzata

Il cuore del problema è la governance. Con un piano unico, chi tiene il rapporto con Bruxelles tiene anche la regia. Per le regioni ricche questo significa dipendere da scelte di allocazione fatte a Roma, con il rischio che le specificità produttive dei territori finiscano in secondo piano. Per il governo, invece, un coordinamento unitario è garanzia di coerenza e di capacità di spesa a livello nazionale.
Le due posizioni hanno entrambe una loro logica. Il governo ricorda che l’Italia deve rispondere come Stato membro dei risultati ottenuti e che le disparità tra territori vanno compensate. Le regioni rispondono che le politiche di coesione funzionano quando chi ha le competenze tecniche decide in prossimità dei progetti. Il punto di equilibrio, per ora, non c’è.
Nord e Sud: la questione delle risorse
Sul tavolo c’è anche il tema delle risorse. Le regioni meno sviluppate del Mezzogiorno temono che una gestione frammentata riduca la capacità di sostegno agli investimenti dove il divario è maggiore. Le regioni più ricche, dal canto loro, non chiedono di sottrarre risorse al Sud, ma di poter gestire con autonomia la quota che le riguarda. Resta da capire come queste due richieste possano convivere in un unico piano nazionale.
Le richieste delle regioni e i timori di rinazionalizzazione
Le richieste dei territori si possono riassumere in poche idee. Le regioni chiedono di restare autorità di gestione dei propri programmi, di avere un ruolo formale nella scrittura del piano e di mantenere un legame diretto con le strutture tecniche di Bruxelles. A questo si aggiunge la richiesta di regole di valutazione chiare, basate su risultati misurabili e non solo su traguardi procedurali.
Dietro queste richieste c’è il timore della rinazionalizzazione dei fondi europei. Il Comitato europeo delle Regioni (CdR) lo ha espresso più volte: se la programmazione si sposta sugli Stati, la politica di coesione rischia di perdere la sua vocazione territoriale. Anche amministratori di colori politici diversi, nelle regioni, condividono la preoccupazione che i finanziamenti vengano assorbiti da priorità nazionali di breve periodo.
C’è poi un argomento di merito che le regioni usano volentieri: i progetti di ricerca e sviluppo, gli investimenti per la produttività delle imprese e la formazione sono materie dove la prossimità conta. Un piano troppo accentrato, sostengono, rallenterebbe proprio i settori che il nuovo bilancio dice di voler spingere.
Prospettive e prossime tappe del QFP

La proposta della Commissione è solo il punto di partenza. Il Parlamento europeo e il Consiglio devono ora negoziarla, e per approvare il QFP serve l’unanimità dei governi. È una trattativa lunga, con un obiettivo di accordo che guarda al 2027, e in questo spazio le regioni cercano di ottenere modifiche sul ruolo dei territori.
Il governo italiano ha quindi tempo per definire la propria posizione, ma non è un tempo illimitato. Se l’indecisione continuerà, le regioni con più capacità amministrativa avranno già costruito proposte e alleanze, e potranno pesare di più nel confronto. Il tema da seguire nei prossimi mesi è se il piano unico lascerà un margine reale di autonomia ai territori o se confermerà un modello simile a quello del PNRR.
Per chi segue i fondi europei, il messaggio è uno solo: la partita sui fondi 2028-34 si gioca adesso, molto prima dell’avvio del nuovo ciclo. E a muoversi per primi, almeno per ora, sono i territori.





