Se hai ancora azioni TIM in portafoglio, la soglia del 90% raggiunta da Poste Italiane nell’OPAS cambia radicalmente le tue possibilità di scelta. Non è più solo una questione di premio sul prezzo: da questo punto in poi entrano in gioco meccanismi automatici che possono togliere all’azionista la libertà di decidere quando e come uscire dall’investimento.
La risposta rapida è questa: superata la soglia del 90%, Poste Italiane matura il diritto di obbligo di acquisto sulle azioni restanti e, se arriva anche al 95%, può attivare lo squeeze-out, cioè l’acquisto forzoso delle azioni rimaste in mano ai piccoli azionisti. Nel mezzo, tra il 90% e il 95%, il rischio più concreto per chi resta fuori è il delisting, con un titolo che smette di essere quotato e diventa molto più difficile da vendere.
Cos’è l’OPAS Poste su TIM e cosa significa raggiungere il 90%
L’operazione lanciata da Poste Italiane è un’OPAS, un’offerta pubblica di acquisto e scambio rivolta a tutti gli azionisti TIM. Il corrispettivo previsto combina azioni Poste e una componente in contanti, una struttura pensata per aumentare l’attrattività dell’offerta rispetto a un semplice pagamento cash.
Il primo spartiacque normativo è quello del due terzi (66,67%): superata questa soglia, Poste ottiene il controllo totalitario dell’assemblea straordinaria e può decidere da sola su fusioni, modifiche statutarie e altre operazioni strategiche. Ma è la soglia del 90% quella che cambia davvero le regole del gioco per i piccoli azionisti, perché fa scattare l’obbligo di acquisto previsto dal Testo Unico della Finanza.
Conseguenze immediate per chi ha azioni TIM se Poste supera il 90%
Chi non ha aderito all’OPAS e si ritrova con azioni TIM in mano dopo il superamento del 90% non è più in una posizione di attesa comoda. La legge prevede strumenti precisi che spingono verso l’uscita forzata dall’investimento, con tempi e modalità che non dipendono più dalla volontà del singolo azionista.
Obbligo di acquisto e diritto di squeeze-out
Tra il 90% e il 95% del capitale, Poste Italiane ha l’obbligo di acquistare le azioni residue da chi lo richiede, a un prezzo che normalmente coincide con quello dell’OPAS. Oltre il 95%, la società può invece esercitare lo squeeze-out: acquista forzosamente tutte le azioni ancora in circolazione, anche senza il consenso degli azionisti di minoranza rimasti. In entrambi i casi il risultato pratico è simile: chi resta fuori finisce comunque per vendere, ma perde la possibilità di scegliere il momento.
Rischio concreto di delisting dalla Borsa
Con un flottante ridotto sotto certe soglie, Borsa Italiana può disporre la revoca dalla quotazione. Il delisting significa che le azioni TIM non saranno più scambiabili sul mercato regolamentato: chi le detiene ancora si trova con un titolo illiquido, difficile da vendere se non tramite trattative private, spesso a condizioni peggiori rispetto a quelle offerte durante l’OPAS.
Molti pensano che superare i due terzi delle azioni basti per far scattare l’obbligo di acquisto. In realtà quella soglia dà solo il controllo dell’assemblea straordinaria. È il 90% del capitale a far scattare i diritti previsti per gli azionisti di minoranza, ed è il 95% a portare allo squeeze-out vero e proprio.
Le tre opzioni per chi detiene azioni TIM: aderire, vendere o conservare

Chi ha ancora azioni TIM in portafoglio si trova davanti a tre strade concrete. La prima è aderire all’OPAS entro i termini previsti, incassando il corrispettivo in azioni Poste e contanti stabilito dall’offerta. La seconda è vendere direttamente sul mercato, se il prezzo di Borsa riflette già in buona parte il valore implicito dell’offerta. La terza è conservare i titoli, scommettendo su una riapertura dei termini con condizioni migliori o accettando il rischio di ritrovarsi soggetti a obbligo di acquisto o squeeze-out più avanti.
Ognuna di queste scelte ha un peso diverso a seconda del profilo dell’investitore, un po’ come accade quando si valuta lo scrip dividend e la sua convenienza per gli azionisti. Chi cerca liquidità immediata e vuole evitare l’incertezza tende a preferire l’adesione o la vendita sul mercato. Chi invece punta su un possibile rialzo del prezzo Poste, e quindi su un aumento del valore del corrispettivo in azioni, può scegliere di aspettare, ma deve essere consapevole della sensibilità al prezzo Poste che caratterizza questo tipo di offerta mista.
Quanto vale davvero l’offerta: calcolo del valore implicito e confronto con il mercato
Il valore implicito dell’OPAS si calcola sommando il valore di mercato delle azioni Poste offerte in concambio alla componente cash del corrispettivo. Se il prezzo del titolo Poste sale, aumenta anche il valore della proposta per chi detiene TIM; se scende, il premio percepito si riduce. Per questo motivo confrontare quotidianamente il prezzo TIM in Borsa con il valore implicito dell’offerta aiuta a capire se conviene aderire subito o aspettare.
| Soglia raggiunta | Cosa cambia per l’azionista |
|---|---|
| 66,67% (due terzi) | Poste controlla l’assemblea straordinaria, nessun obbligo di acquisto |
| 90% | Scatta l’obbligo di acquisto, rischio elevato di delisting |
| 95% | Diritto di squeeze-out, uscita forzata per tutti i restanti azionisti |
Su un pacchetto ipotetico di 1.000 azioni TIM, una variazione anche piccola nel prezzo delle azioni proprie di Poste destinate al concambio può tradursi in centinaia di euro di differenza nel valore finale ricevuto. È per questo che seguire l’andamento del titolo Poste durante il periodo di adesione non è un dettaglio secondario.
Fiscalità: come si calcola la plusvalenza sull’adesione
L’adesione all’OPAS genera fiscalmente una cessione di titoli, quindi va calcolata la plusvalenza come differenza tra il valore ricevuto (azioni Poste più contanti) e il prezzo di carico originario delle azioni TIM. Sulla plusvalenza si applica l’imposta sostitutiva ordinaria del 26%, mentre va ricordato che l’eventuale acquisto di nuove azioni Poste può comportare l’applicazione della Tobin tax se si tratta di titoli con determinati requisiti dimensionali. Vanno considerate anche le commissioni bancarie applicate dall’intermediario per l’operazione di adesione, che variano da banca a banca.
Cosa cambia per chi non aderisce: scenari e rischi post-OPAS

Chi decide di non aderire e non rientra nei termini dell’obbligo di acquisto si ritrova in una posizione delicata. Se il delisting viene disposto, le azioni restano nel portafoglio ma perdono liquidità quotidiana, con la conseguenza che rivenderle diventa più complicato e spesso meno vantaggioso rispetto ai termini offerti durante l’OPAS. In alcuni casi Poste potrebbe valutare una riapertura dei termini per raccogliere ulteriori adesioni, ma non è una certezza su cui costruire una strategia, così come dimostra il caso del tentato scambio azionario tra Icop e Webuild su Trevi.
Per chi guarda al lungo periodo, la scelta più prudente resta valutare l’operazione all’interno di un portafoglio bilanciato, senza lasciare che l’intera decisione dipenda solo dall’emotività del momento. Guardare al valore implicito, ai tempi tecnici del delisting e al proprio orizzonte di investimento resta il modo più concreto per decidere cosa fare delle proprie azioni TIM prima che la scelta venga, di fatto, presa da altri.





