Quasi un brand su due ha già fatto il salto. Chi pensa al franchising italiano come a un fenomeno chiuso entro i confini nazionali dovrà ricredersi: le insegne made in Italy guardano sempre più lontano, e i numeri del Rapporto Assofranchising 2026 lo confermano. Vediamo che cosa c’è dietro questa spinta e dove porta.
Il 41% dei franchising italiani è presente all’estero: i numeri del 2026
Il dato che apre il Rapporto Assofranchising è netto: il 41% dei brand italiani di franchising è già attivo fuori dall’Italia. Significa che la presenza internazionale non è più un’eccezione riservata a pochi marchi storici, ma una scelta diffusa tra le catene di franchising di ogni dimensione. Il tema è stato al centro anche del Franchising Summit 2026 e dell’apertura del Salone Franchising di Milano, dove l’interesse per i modelli in affiliazione è cresciuto in entrambe le direzioni: i brand italiani guardano ai mercati esteri e le insegne internazionali guardano all’Italia.
Come si legge questo 41%? Come un segnale di maturità. Un marchio che esporta il proprio format ha già consolidato in patria un modello replicabile, con manuali operativi, formazione degli affiliati e una logistica capace di reggere la distanza. L’espansione all’estero arriva in genere dopo, quando la rete nazionale è stabile e il know-how è trasferibile.
41%: quasi un brand su due ha già varcato il confine
Il dato riguarda i brand presenti con almeno una forma di attività fuori dall’Italia. Non dice quanti punti vendita siano all’estero né con quale peso sul fatturato: per questo conviene leggerlo come indicatore di apertura, non come misura della quota di business internazionale.
Il mercato del franchising in Italia: 39 miliardi di euro nel 2025
L’orientamento verso l’estero poggia su una base nazionale solida. Secondo il Rapporto Assofranchising, il giro d’affari del comparto ha toccato nel 2025 quasi 39 miliardi di euro, un valore che racconta un settore in salute e capace di attrarre investimenti. Su questa base si innesta la crescita internazionale, che non nasce da una fuga dal mercato interno ma da una rete che ha spazio e risorse per guardare altrove.
Ecco i numeri principali, in un colpo d’occhio.
| Indicatore | Valore |
|---|---|
| Giro d’affari del franchising (2025) | circa 39 miliardi di euro |
| Addetti nel comparto | circa 327.200 |
| Investimento medio per affiliato | 120.900 euro |
| Brand italiani presenti all’estero | 41% |
Dietro i 327.200 addetti ci sono centinaia di migliaia di persone che lavorano in negozi, locali e servizi in affiliazione. Quanto all’investimento medio di 120.900 euro, è la cifra che un aspirante imprenditore deve mettere in conto per aprire un punto vendita. Indica che il franchising resta una porta d’ingresso accessibile all’impresa, a patto di disporre di capitale e di un buon dialogo con le banche.
I settori che guidano l’espansione internazionale

Non tutti i comparti viaggiano alla stessa velocità. Tra i settori trainanti emergono la GDO, l’abbigliamento e la ristorazione, tre ambiti in cui il marchio italiano porta con sé un’immagine riconoscibile: gusto, stile, qualità del prodotto. Sono anche settori in cui il format si replica con una certa linearità da un Paese all’altro, adattando assortimento e menu ai gusti locali.
La ristorazione è forse l’esempio più immediato. Il cibo italiano è tra i prodotti culturali più esportabili, e un concept ben strutturato può essere proposto a Parigi come a Dubai con aggiustamenti contenuti. L’abbigliamento sfrutta invece la forza del made in Italy nella moda, mentre la GDO e il retail alimentare puntano su filiere e prodotti identitari. In tutti e tre i casi il franchising consente di crescere senza gestire direttamente ogni punto vendita, condividendo rischio e investimento con gli affiliati locali.
Perché i brand italiani puntano sui mercati esteri
Le ragioni sono più di una, e raramente agiscono da sole. La prima è la saturazione di alcune piazze nazionali: quando una rete copre bene il territorio, la crescita ulteriore in Italia diventa più lenta e costosa. La seconda è la forza del marchio Italia, che all’estero apre porte e giustifica un posizionamento di prezzo più alto.
C’è poi un fattore di strategia. Diversificare i mercati protegge un brand dalle oscillazioni del consumo interno, e un format già collaudato permette di entrare in un nuovo Paese con costi di avvio più prevedibili. Le tendenze strutturali che emergono dal Rapporto vanno in questa direzione: reti più mature, maggiore attenzione alla qualità dell’affiliato e ricerca di partner locali capaci di conoscere il territorio.
Sul fronte delle destinazioni, la logica è quella della vicinanza culturale e commerciale. L’Europa resta il primo terreno naturale per prossimità e semplicità logistica, mentre il resto del mondo attira i marchi con una struttura più robusta, in grado di sostenere formazione e supporto a distanza. Chi sceglie un mercato lontano di solito lo fa tramite master franchising, cioè affidando a un partner locale lo sviluppo dell’intera area.
Sfide e opportunità dell’internazionalizzazione
Crescere oltreconfine non è un percorso lineare. La sfida più sentita dagli operatori riguarda l’accesso al credito: aprire nuove unità, in Italia o all’estero, richiede capitali, e il sostegno delle banche non sempre è tempestivo. Per l’affiliato, che investe in media 120.900 euro, trovare finanziamenti a condizioni sostenibili può fare la differenza tra aprire e rinunciare.
Il secondo nodo è il talento imprenditoriale. Un franchising funziona se gli affiliati sono motivati, formati e capaci di gestire un’attività quotidianamente. Selezionare le persone giuste è già complicato a livello nazionale, e lo diventa ancora di più quando la rete si allarga a mercati con regole, abitudini di consumo e lingue differenti.
A questo si aggiunge il tema dell’adattamento. Un format che funziona a Milano non è detto che funzioni a Madrid o a Singapore senza modifiche a offerta, prezzi, arredi e comunicazione. I brand che riescono meglio sono quelli che mantengono saldo il nucleo dell’identità e lasciano flessibilità sul resto.
Le opportunità, però, sono concrete. Un mercato estero ben presidiato offre un’altra fonte di ricavi, aumenta il valore del brand e rende la rete meno dipendente da un’unica economia. Per gli investitori, inoltre, un marchio con presenza internazionale appare in genere più solido e con maggiori prospettive di crescita.
Cosa aspettarsi nel 2026 e oltre

Se il trend resta quello fotografato dal Rapporto, la quota di brand attivi all’estero potrebbe continuare a salire nei prossimi anni. Il motore principale sarà la maturità delle reti italiane, sempre più strutturate e in grado di esportare un modello completo e non solo un nome. Cresceranno probabilmente anche le collaborazioni con partner locali, che permettono di entrare in un mercato con meno rischio diretto.
Per chi sta valutando di affiliarsi, il quadro offre alcune indicazioni pratiche:
- verificare se il marchio ha già esperienza fuori dall’Italia e con quali risultati;
- chiedere come viene garantito il supporto agli affiliati nei mercati esteri;
- valutare con attenzione l’investimento iniziale e le possibilità di finanziamento disponibili.
Resta un punto fermo: il franchising italiano gode di buona salute e sta imparando a muoversi su una scala più ampia. Il 41% di brand già presente all’estero non è un traguardo, ma un punto di partenza che dice molto su dove sta andando il settore.





